• Antonella Sportelli

Corot - Il ponte di Narni

Aggiornamento: 27 lug


AUTORE: Jean Baptiste Camille Corot.

TITOLO: Il ponte di Narni.

DATA: 1826.

COLLOCAZIONE: Museo Louvre, Parigi.

MISURE E TECNICA: olio su tela, cm. 36 X 47.


paesaggio di Camille Corot - il ponte di Narni 1826
J. B. Camille Corot - Il ponte di Narni

IL TEMA


Nel 1827 Corot invia al Salon di Parigi due tele, Campagna Romana e il Ponte di Narni, che costituiscono, insieme ad altri tre paesaggi, il gruppo di quadri che il pittore riporta dall'Italia, come opere compiute.


La profondità è resa per mezzo di una composizione assolutamente semplice e soprattutto attraverso l'uso della prospettiva aerea, cioè delle diverse sfumature di toni resi trasparenti e azzurri dai filtri dell'atmosfera. Si ha la sensazione di affacciarsi sull'ampio spazio della vallata. Non ci sono quinte né elementi che suggeriscono un primo piano: la scena si spalanca di fronte all'osservatore, lo spazio è individuato dai piani inclinati delle alte sponde, dalla superficie orizzontale delle acque torbide del fiume, sprofonda al di là nella successione dei campi e delle siepi fino al profilo delle colline contro il cielo.


Pur restando lontano dal bozzetto del Louvre, questo non è certo un quadro da nulla. É accomodato con l'aggiunta delle quinte di querce e delle macchiette di figura, ma bagnato da una luce candida a quel periodo totalmente sconosciuta.


INTERPRETAZIONE CRITICA


Corot riverì il gusto ufficiale del paesaggio neoclassico per quanto riguarda i dipinti esposti al Salon, mentre i quadretti dipinti dal vero mai esposti e considerati solo uno sfogo personale, sono la sua vera gloria. La ricerca dell'approvazione del pubblico e delle giurie (che si rivelò moderata) è da intendersi come senso del dovere nei riguardi della società.


Inizialmente il suo stile è timido, un po' generico me abile nell'individuare con poche masse di chiaroscuro il calibro del quadro (caratteristica, questa, che svilupperà maggiormente in Italia). L'equilibrio, i colori solari e sobri, il senso pacato delle cose richiamano i vedutisti del settecento quali Canaletto e Bellotto, forse anche Constable nei suoi momenti più pacati e Turner. La sua schietta e palese classicità è in sereno rapporto con il mondo tanto da divenire sintomo di modernità ma priva dell'emotività ansiosa e interrogante dei romantici. In qualche modo fa pensare all'aurea di semplicità delle opere di Leopardi.


Dal 1850 in poi, la sua maniera è più complessa anche in seguito al soggiorno in Francia ed è caratterizzata da una maggiore severità di ispirazione e di esecuzione dell'opera. Nonostante il pericolo di una troppo dolce elegia, la preventiva architettura delle masse allarga il respiro dell'opera dandole più risonanza. Sembra quasi esprimere e rivivere la sua infanzia serena, felice, delicata, quasi frivola e l'amore per le piccole cose e gli oggetti della vita di tutti i giorni che sono sentiti come valori al pari della straordinaria sensibilità per la natura espressa con una visione limpidissima (senso dell'infinito) per possedere concretamente lo spazio e tramite la sintesi raggiungere l'infinito.


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