• Antonella Sportelli

Géricault - La zattera della Medusa

Aggiornamento: 27 lug


AUTORE: Théodore Géricault.

TITOLO: La zattera della Medusa.

DATA DI ESECUZIONE ED ESPOSIZIONE: 1819.

ATTUALE COLLOCAZIONE: Museo del Louvre, Parigi.

MISURE E TECNICA: Olio su tela, m. 4,91 x 7,16.


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Théodore Géricault - La zattera della Medusa

TEMA: Théodore Géricault fu sensibilmente impressionato da un naufragio avvenuto poco tempo prima. Nel 1816, una nave francese "la Medusa", era stata inviata dal governo per affermare i diritti della Francia sul Senegal. L'incompetenza del capitano la fece arenare su un isolotto della costa della Mauritania. Avvertendo l'imminenza del naufragio, passeggeri e membri dell'equipaggio si ammassarono su una zattera di fortuna che abbandonata andò alla deriva per quindici giorni spaventosi durante i quali i suoi occupanti dovettero affrontare nell'estremo terrore la fame, il delirio, la morte. Quando una nave di passaggio ritrovò la zattera, restavano solo quindici superstiti, ; gli altri erano morti di fame e di paura.


Géricault si appassionò alla vicenda che fu, fra l'altro, usata politicamente e polemicamente. L'artista ricercò e incontrò i superstiti e, ad ognuno, chiese di evocare il disastro in tutti i particolari. Affittò uno studio vicino ad un ospedale dove poté procurarsi delle teste e delle braccia di cadaveri per studiarli attentamente. Costruì un plastico della zattera per osservarla con attenzione mentre era in balia delle onde del mare.


Nell'opera, l'ammassamento di cadaveri e di moribondi, il groviglio delle membra e della materia e la piramide umana non traducono solo l'orrore per un allucinante evento di cronaca. Emerge un pensiero politico e un simbolo al contempo dell'incuria del potere regale restaurato, della sventura della Francia e della speranza umana.


L'opera può essere considerata anche, in una prospettiva più limitatamente strutturale ed interna, come una costruzione accademica della muscolatura e della gesticolazione, come una composizione in atelier, tramite assemblaggio di studi particolari che l'autore realizza, appunto, negli obitori. Lo schema spaziale astratto e simbolico della piramide dei corpi, che permetteva alla tradizione Scolastica di applicare un'idea morale a una realtà visiva, fu usato anche da Delacroix in "La Libertà che guida il popolo".


L'opera di Géricault fa emergere un progressivo movimento ascensionale che va dalla disperazione alla falsa speranza. In primo piano un uomo siede tristemente in atteggiamento meditativo fra i morti. Dietro di lui altri sopravvissuti al naufragio si girano, l'uno dopo l'altro, per guardare l'orizzonte e due di questi sventolano le loro camicie. Tuttavia, la nave alla quale sono indirizzati i loro gesti costituisce solo un punto quasi indistinguibile tra il cupo sommovimento del mare. Risulta evidente che la zattera non è visibile e alcuni naufraghi sono già nuovamente sprofondati nella spossatezza, nel terrore, nella desolazione più estrema.


La multiforme fenomenologia degli stati d'animo viene qui controllata da una composizione che ben coniuga il movimento alla precisione. Sono individuabili una serie di diagonali che si sviluppano da primo piano e vanno verso i diversi apici costituiti dall'albero della zattera e dal gruppo che si agita alla vista della nave.


La maniera in cui la luce coinvolge le azioni dei diversi gruppi non produce unità alla superficie, ma contribuisce a creare un senso di dispersione e di casualità che si intensifica tramite la maniera con cui le figure coinvolte nell'azione principale girano le spalle allo spettatore. Tuttavia, ogni singola figura è concepita in maniera così precisa, descritta in maniera così limpida che il conflitto fra i diversi gesti è ricondotto in una coerente struttura che possiede quella autentica semplicità proprio di un'arte veramente monumentale.


Il potere de "La zattera della Medusa" deriva, fra l'atro, dall'estrema tensione dove si scopre la contraddizione di cui tutta l'opera di Géricault è lacerata e pervasa. Egli voleva essere moderno tramite l'aggressività del dipinto ma senza abbandonare i procedimenti tradizionali che permettono la sistemazione dell'immagine e senza rinunciare al primato dei significati morali e politici di cui era convenzione che l'arte fosse essenzialmente il veicolo.


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