Il Guercio delle Puglie – Capitolo 5: L’Attesa e le Orazioni del Tiranno
- Antonella Sportelli

- 2 gen
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Romanzo tra Fantasia e Storia a cura di MispoRosso. Editing & Images © Antonella Sportelli
Nota per il lettore: Laddove la storia ufficiale depone le armi per lasciare spazio al mito, nascono le leggende dei borghi pugliesi. Queste pagine sono il frutto di una ricostruzione che punta la lente d'ingrandimento sul fattore umano, scartato dalle cronache accademiche per eccesso di crudeltà o di mistero. Un viaggio nell'animo oscuro del Seicento, dove la figura di Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona si staglia con la tragica prepotenza di un Don Rodrigo manzoniano.
Breve sintesi per chi si mette in viaggio oggi: Il "Guercio delle Puglie" ha sedato la rivolta di Nardò con una ferocia che ha fatto tremare la Corona di Spagna. Dopo l'eccidio dei monaci e la sottomissione dei ribelli, il fragore delle spade ha lasciato il posto a un silenzio innaturale. La tempesta è passata, ma le ferite restano aperte.
Il Ritorno delle Aquile Spagnole e l'Amara Linfa di Nardò
Nelle nebbie di un tempo che appariva improvvisamente dilatato, le questioni di sangue andavano finalmente appianandosi. L'esercito spagnolo, stanco e polveroso, iniziava la sua marcia di rientro verso Napoli. Le vele dei galeoni s'infiavano di un vento amaro, cariche di uomini che portavano addosso i segni di una repressione senza precedenti. Tornavano dal Viceré per riscuotere onori e ringraziamenti, lasciandosi alle spalle una Puglia ferita, dove il nome di Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona veniva sussurrato come una maledizione.
A Nardò, la vita tentava di germogliare nuovamente tra le macerie. Ma come poteva la quotidianità riprendere il suo ritmo dopo una carneficina simile? I neretini, dopo aver pianto i propri morti e ricucito le carni lacerate, avevano infine chinato il capo. L'atto di sottomissione era stato siglato, un giuramento di fedeltà estorto con il terrore affinché simili tumulti non oscurassero mai più il sole del Salento. Eppure, in quella nuova linfa con cui ricostruivano le mura, scorreva il veleno della memoria. Una memoria che è come un cerchio semilucido: basta un riflesso, una luce particolare, perché il passato riemerga intatto, trascinando il presente nell'abisso degli orrori subiti.
Il Vuoto del Castello del Guercio delle Puglie
Mentre il contado cercava di dimenticare, tra le alte mura del castello di Conversano l'atmosfera si faceva rarefatta. La vita di corte era ripresa sotto la guida ferma della Contessa Isabella Filomarino. Con la grazia che si addice al suo lignaggio, Isabella si muoveva tra le damigelle, consolando i parenti dei caduti e cercando di riportare un ordine che non fosse solo militare, ma spirituale.
Tuttavia, un'ombra gravava sulle sue giornate: l'assenza prolungata del marito. Il suo "bilioso e feroce spadaccino", l'uomo che non aveva mai temuto il fragore della mischia, era svanito dietro le porte pesanti del suo studio.

L’Inginocchiatoio del Macellaio
Giangirolamo, il Guercio, si era rinchiuso in una solitudine monastica. Dormiva poco, mangiava appena, trascorrendo le notti e le albe curvo sul suo inginocchiatoio di legno scuro. Per i fedelissimi che avevano visto le sue mani sporche del sangue dei monaci di Nardò, quell'improvvisa dedizione alle orazioni mattutine appariva come un evento anomalo, quasi mostruoso.
Poteva davvero il "Macellaio" conoscere il peso del rimorso? Poteva un animo così furente piegarsi sotto il peso di una coscienza risvegliata? Isabella lo osservava da lontano, tormentata dal dubbio. Conosceva bene l'animo turbolento del consorte: un guerriero che aveva fatto del ferro la sua legge non poteva essere distrutto psicologicamente da una vittoria, per quanto cruenta. Sospettava che dietro quel silenzio e quelle preghiere si celasse una trama inabissata, una strategia che sfuggiva alla comprensione comune.

Fratture dell'Anima e Rasoi
Forse le fatiche della repressione avevano fiaccato un fisico già provato da innumerevoli battaglie condotte per la Corona Spagnola. O forse, Giangirolamo stava semplicemente forgiando una nuova forma di ferocia. Se il massacro dei ventidue monaci aveva creato fratture nel suo animo, egli non le stava curando, ma affilando. Le aveva trasformate in rasoi glaciali, lame di una temperatura così bassa da non temere nemmeno le fiamme dell'inferno.
Il castello di Conversano era immerso in un silenzio d'attesa, un vuoto che alimentava le preoccupazioni dei paesani e dei nobili. Perché il Conte non usciva? Cosa cercava in quelle orazioni solitarie?
L’arcano mistero era destinato a restare tale solo fino a una gelida mattina di dicembre, quando l'alba avrebbe finalmente restituito il Conte al suo popolo. Ma in quale veste?
Cosa scopriranno i sudditi al sorgere del sole? Lo sapremo nel prossimo capitolo.



ECCELLENTE.
ECELLENTE LA DINAMICA DEI DISCORSI. BRAVISSIMA,