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Il Guercio delle Puglie - Capitolo 6: La Blasfemia del Conte e L'Ultimo Frate di Nardò

  • Immagine del redattore: Antonella Sportelli
    Antonella Sportelli
  • 4 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Romanzo tra Fantasia e Storia a cura di MispoRosso. Editing & Images © Antonella Sportelli



Nota per il lettore: "Le leggende qui narrate sono figlie della memoria dei borghi pugliesi, nate sotto l'oppressione del Conte Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona. Sono racconti orali che il tempo ha trasformato in mito locale. Laddove la storiografia ufficiale ha filtrato i fatti per restituire una fredda verità documentale, noi recuperiamo ciò che è stato scartato: il fattore umano. Questo racconto romanzato unisce la cronaca alla leggenda per esplorare l'animo oscuro del Seicento, rievocando l'eterna lotta tra oppressi e tiranni, non dissimile dalle atmosfere manzoniane e dalla figura di Don Rodrigo."



Breve sintesi per chi si mette in viaggio oggi: Il Castello di Conversano è avvolto in un silenzio carico di presagi. Dopo aver soffocato nel sangue la rivolta di Nardò e aver trucidato ventuno monaci, il Conte Giangirolamo II, il temuto "Guercio", si è ritirato in una sconcertante, ossessiva preghiera. Cosa nasconde questa improvvisa devozione?




L'Ombra nella Cappella del Castello



Era l'alba del 22 dicembre. Non un'alba chiara, ma una di quelle mattine invernali in cui la notte sembra non voler cedere il passo, aggrappata alle mura del castello con dita di nebbia e caligine. I fuochi delle sentinelle si andavano spegnendo, ridotti a braci morenti che faticavano a scaldare l'aria gelida.


Nella penombra densa di quella vigilia quasi natalizia, alcune guardie, intorpidite dal freddo e dalla noia dei turni di sentinella, notarono un movimento furtivo. Una figura incappucciata, agile e silenziosa come un gatto, scivolava attraverso una porta secondaria che dava accesso alla Cappella privata di Giangirolamo. Le guardie, fedelissime del Conte, non diedero l'allarme. Scambiarono quell'ombra per il sacrestano, un uomo devoto e innocuo, solito muoversi a ore antelucane per preparare l'altare maggiore in vista delle funzioni solenni. Non potevano immaginare che quella non era devozione, ma la preparazione meticolosa di una scena teatrale.


All'interno, l'uomo lavorò con una rapidità febbrile. Ripulì i pavimenti di marmo dell'Altare Maggiore, lucidandoli finché non rifletterono la poca luce delle candele. Particolare cura fu dedicata a un punto preciso: la prima fila, proprio di fronte all'effige della Madonna Nera. Lì, l'inginocchiatoio del Conte fu spolverato e sistemato con una precisione maniacale.



La Vergine venuta dal Mare



Quell'icona non era un quadro qualunque. La Madonna Nera era un mistero approdato sulla riva prospiciente il Castello, un dono del mare che aveva subito suscitato la venerazione del contado e l'interesse rapace della Chiesa. La sua carnagione scura parlava di terre lontane, forse d'Oriente, di guerre tra Cristiani e Infedeli, o di scorrerie saracene che avevano insanguinato le coste dal Gargano al Salento. Per molti, quel ritrovamento era stato un presagio, una protezione divina sui molteplici eccidi commessi dal Guercio per sopprimere le congiure che minacciavano il suo dominio e quello della sua consorte, la Contessa Isabella Filomarino.


Finito il lavoro, la figura ombrosa indossò paramenti neri. Predispose l'altare come per una messa di suffragio, una funzione di perdonanza per i peccati inconfessabili commessi mesi prima durante la repressione. Poi, con la stessa rapidità con cui era apparso, svanì, lasciando la Cappella immersa in un silenzio carico di aspettativa. Due guardie in alta uniforme rimasero a presidiare l'angusto ingresso secondario, ignare del dramma che si stava per consumare.



Il Guerriero in Orazione



Quando il chiarore lattiginoso del mattino riuscì finalmente a penetrare la piazza centrale, servi, guardie e compaesani assistettero a uno spettacolo che gelò loro il sangue più del freddo dicembrino. Attraverso la piazza, con passo marziale e cadenzato, avanzava il Conte in persona.


Giangirolamo non vestiva gli abiti dimessi del penitente. Si presentava in arme, nel pieno fulgore del guerriero. L'acciaio della sua corazza, lucido e oliato, catturava la luce fioca, rimandando bagliori sinistri. Il suo occhio superstite scrutava il mondo con una durezza che non ammetteva repliche. Entrò nella Cappella dall'ingresso principale, come un conquistatore entra in una città espugnata.



Dipinto a olio in stile tenebrista che raffigura il Conte Giangirolamo II Acquaviva, in armatura completa, che avanza solennemente nella navata di una cappella barocca oscura all'alba. Sullo sfondo, l'altare con l'icona della Madonna Nera.


Fatte le debite segnature liturgiche con gesti meccanici, quasi sprezzanti, si diresse al suo posto. Si inginocchiò di fronte alla Madonna Nera, sprofondando in un silenzio assoluto. Non era il silenzio della contemplazione mistica, ma un silenzio sordo, inquietante, estraneo alla natura umana. Un silenzio che precede eventi di gravità inimmaginabile.


In piazza Castello, il chiacchiericcio si fece frenetico. Conoscevano il loro signore: gran spadaccino, guerriero spietato, ma anche mecenate raffinato. Insieme alla Contessa Isabella, aveva chiamato a corte artisti del calibro di Paolo Finoglio per dare lustro alla casata, finanziando chiese come San Benedetto e quella dei Santi Medici. Com'era possibile che l'amante dell'arte e il buon cristiano osservante convivessero con il Macellaio?


La risposta era semplice e terribile: era tutta una messa in scena. Un'attesa paziente, durata mesi, per una preda che valeva più di mille messe.



Il Confronto Finale: Il Conte e l'Ultimo Frate di Nardò



Era passato molto tempo dalla rivolta di Nardò. Il ricordo dei massacri iniziava a sbiadire nelle menti dei più, e le ossa dei ventuno frati appesi in via delle Forche erano ormai un monito muto, di cui pochi ricordavano l'origine. Ma Giangirolamo non aveva dimenticato.


La mattina di quel dicembre 1648, l'attesa giunse al termine. Mentre il Conte era apparentemente assorto nelle sue orazioni (sic dicitur legenda), una figura si materializzò alle sue spalle, come evocata dal nulla. Un religioso.


Giangirolamo non trasalì. Non si voltò di scatto. Il suo unico occhio vedente, fisso sull'icona sacra, colse con la coda dello sguardo un dettaglio inconfondibile: i sandali logori di un frate. Capì immediatamente. La trappola era scattata.


L'uomo, l'Ultimo Frate di Nardò, parlò con una voce ferma, che non conosceva tremore: "Signor Conte, sono qua! Smettete la vostra messa in scena. Non c'è bisogno di inganni per farmi uscire allo scoperto. Ebbene, eccomi. Sono in ritardo?"


Il frate fece una pausa, lasciando che le sue parole riempissero la navata. "All'epoca dei fatti, amici e parenti mi costrinsero a un rifugio in agro di Martina Franca, per salvarmi dalla sorte che tutti conoscono. Ma la mia fede è sempre stata quella di condividere il destino dei miei fratelli. Sono venuto a costituirmi. Ho appreso le torture inumane che avete riservato ai miei compagni. Non è mia natura temere la morte, per quanto disumana. Sono qui mea sponte, per soddisfare il vostro sadico piacere, affinché le mie ossa si uniscano a quelle che ancora biancheggiano al sole e gridano vendetta."


Il frate avanzò di un passo, fissando la schiena corazzata del Conte. "Non desidero perdono né ravvedimento dalla Signoria Vostra. Seguirò la sorte dei miei fratelli. Vi dico solo una cosa: è davvero triste la vostra fama di Macellaio delle Puglie, di cui voi tanto vi vantate e onorate. Un'anima perfida e dannata come la vostra... Che Dio vi perdoni, se può."



La Bestemmia del Tiranno



Quella fu la scintilla. Il Conte si alzò lentamente, la corazza che strideva nel silenzio. Si voltò. Il suo volto era una maschera di furia, l'occhio iniettato di sangue, pulsante di una rabbia antica. Essere giudicato da un misero fraticello nel cuore del suo potere era un affronto intollerabile.


Lo interruppe con una voce che era un ringhio basso: "Non cianciate, frate. La vostra fine è prossima!"


Poi, una risata sarcastica, malefica, echeggiò nella Cappella, rimbalzando sulle pietre sacre e sfiorando il volto impassibile della Madonna Nera. Giangirolamo pronunciò la sua blasfemia definitiva, il manifesto del suo potere terreno che non riconosceva alcun cielo sopra di sé:


"Dio lasciatelo dov'è e, se c'è, vi venga LUI a salvare!"



Diverse scene de l'Ultimo Frate di Nardò con saio logoro e sandali. Di fronte a lui, il Conte Giangirolamo furioso, in armatura


Il frate non indietreggiò. Dondolò appena il capo, con una calma che rasentava la pietà per quel titano furioso. "Allora faccia quello che deve, Signore."


Giangirolamo frenò il suo impeto. Le sue mani, abituate all'impugnatura della spada, fremevano dal desiderio di scannare quel religioso lì, sull'altare. Ma qualcosa lo trattenne. Forse la sacralità del luogo, forse la presenza della Madonna Nera che sembrava osservarlo, o forse la dignità sovrumana di quel frate che cercava la morte come un martirio.


Il Conte non lo guardò più. Con un cenno secco del capo, chiamò le sue guardie che attendevano nell'ombra. L'ordine fu breve, definitivo, privo di qualsiasi emozione: "Procedete come sapete!"


L'Ultimo Frate di Nardò fu afferrato. L'attesa era finita. La vendetta era completa. Ma chi era il vero sconfitto in quella Cappella?


Vedremo il seguito al prossimo capitolo.





2 commenti

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Ospite
04 gen
Valutazione 5 stelle su 5.

ENTUSIASMANTE UN GIALLO DEL MEDIO EVO.

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Antonella Sportelli
Antonella Sportelli
07 gen
Risposta a

Esattamente!

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