L'Ultima Sfida: Il Guercio delle Puglie tra il Re di Spagna e il Frate - Capitolo 7
- Antonella Sportelli

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Romanzo tra Fantasia e Storia a cura di MispoRosso. Editing & Images © Antonella Sportelli
Recap: Per i nuovi lettori che giungono ora al cospetto del Tiranno: abbiamo assistito all'ascesa di Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona, signore di Conversano, la cui ferocia ha infine travalicato i confini del feudo. Dopo il sacrilego arresto di un frate durante i moti di Nardò, l'ombra del Conte si è fatta così densa da oscurare il sole della Corona di Spagna, innescando una reazione a catena che oggi giunge al suo punto di rottura.
L'Ombra di Madrid si Allunga sulla Puglia
L'eco della strage dei Neretini non fu un semplice sussurro portato dal vento; fu un boato che attraversò il Regno di Napoli fino a scuotere le fondamenta stesse dell'Escorial a Madrid. Gli atti barbarici di Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona, ormai per tutti "Il Guercio delle Puglie", avevano superato ogni limite tollerabile di crudeltà feudale. Le sue atrocità, istantaneamente mutate in leggenda nera, provocarono un'ondata di raccapriccio e risentimento tale da non poter essere ignorata. La Corona di Spagna e il Viceré di Napoli non potevano più voltare lo sguardo.
Sul trono sedeva Filippo IV, detto Filippo il Grande, che percepì l'operato del Conte non come una semplice begá locale, ma come un affronto personale: Alto Tradimento alla Corona, alla Sua Persona e alla stabilità del dominio spagnolo. La reazione fu imperiosa. Fu ratificato un proclama che ordinava l'arresto immediato del Conte, dei suoi diretti collaboratori e persino della consorte, Isabella Filomarino, nonostante il suo potente zio cardinale a Napoli. Il Sud Italia ribolliva già contro lo strapotere delle signorie; l'arresto del tiranno di Conversano divenne una necessità politica improrogabile.

Per tradurre in catene un soggetto di tale pericolosità, non bastava un manipolo di guardie. Sul finire del 1649, fu allestita una galea da combattimento, il galeone San Felipe, carico di soldati veterani e maestranze, pronto a solcare le acque avverse verso Napoli, prima tappa della spedizione punitiva. La notizia, impossibile da tacere, si diffuse come un incendio alimentato dal vento: spie, ruffiani di corte e militi compiacenti la sparsero in ogni angolo della Puglia, una pioggerella di speranza per gli oppressi, una tempesta in arrivo per il Conte.
Il Guercio delle Puglie - Il Fallimento di un Tiranno
La reazione del Guercio alla notizia fu vulcanica. Quella notte stessa, Giangirolamo tentò la fuga. Con la complicità di un fedelissimo, si immerse nel buio di un tunnel sotterraneo che dalle viscere del Castello di Conversano conduceva oltre le mura. Lì, nell'ombra, attendevano due cavalli. Ma il destino, beffardo, colpì proprio attraverso l'orgoglio del Conte: uno dei suoi famosi Lipizzani, razza da guerra da lui stesso selezionata per coraggio e obbedienza, si azzoppò. Nonostante gli zoccoli possenti "come tamburi", la bestia cedette, costringendo Giangirolamo, livido di rabbia, a desistere e rientrare nel castello che stava diventando la sua trappola.
L'indomani, i villici osservarono con incredula speranza una carrozza scortata allontanarsi dalla porta Tarantina. Solo quando, allarmati, cercarono notizie dal Gran Maestro di Cerimonie, scoprirono la verità: il castello era quasi deserto. La Contessa Isabella era fuggita poco prima con le sue damigelle, avvertita per tempo dal cardinale suo zio. Il Conte era solo.
Nelle Viscere del Castello
Mentre il mondo esterno si preparava al crollo del Conte, nelle profondità del castello si consumava un altro dramma. Torniamo a quel sacrilego arresto a Nardò. Il frate cappuccino, strappato dalla cappella per ordine del Conte, fu trascinato via con brutale forza. Le guardie lo deridevano, sputando sul suo abito religioso mentre gli stringevano il cilicio fino a farlo sanguinare.
Giunti al castello di Conversano, il ponte levatoio calò con un sibilo sinistro. Attraversata la Piazza d’Arme tra gli insulti delle sentinelle e gli sputi dei paesani, il terribile trio imboccò gli stretti vicoli verso il cuore nero della fortezza. Scesero per un'angusta e tortuosa scalinata che sprofondava nelle segrete. Un corridoio stretto, buio, appena rischiarato dalle torce fumose, si aprì davanti a loro, terminando di fronte a una porta massiccia.
Ad attenderli c'era un corpulento guardiano ottomano. Un tempo nemico ferito e catturato dal Conte a Barletta, era stato graziato e trasformato nel suo più fedele aguzzino. Con uno sferragliare assordante che fece levare in volo le cornacchie dai davanzali esterni, l'ottomano spalancò la porta dell'ultima cella: quella dei condannati a morte.
L'ambiente era un sepolcro di pietra viva: stretto, corto, con una volta a botte e una minuscola finestrella protetta da tre ordini di grate di ferro che lasciava passare solo un filo d'aria viziata. Sulla parete di fondo, attrezzi di tortura pendevano come macabri ornamenti. Una panca di pietra con un pagliericcio immondo fungeva da letto; una canalina di scolo e un cubo di quarzite per i bisogni completavano l'arredo di quell'inferno.

«A dopo Signor Frate!» esclamarono all'unisono le guardie con tono sarcastico, spingendolo dentro come un sacco vecchio e richiudendo la pesante porta a doppia mandata. Il frate, spossato nel corpo ma non nello spirito, si gettò sul giaciglio. La certezza della morte imminente non scalfì la sua fede, e si addormentò.
Il Duello dello Spirito
Il mattino seguente, il frate fu svegliato da passi lesti nel corridoio. La porta si aprì con stridore. «Buongiorno, Signor Frate. Spero la nostra ospitalità sia stata di suo gradimento!» Ancora stordito, il cappuccino mise a fuoco la figura che si stagliava nella penombra, contrastata dalla luce della porta socchiusa. Era Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona in persona.

Il frate non mostrò sorpresa. Raccolte le ultime forze, si alzò in piedi, reggendosi a malapena, e rispose al saluto sarcastico con il segno della croce specifico dei cappuccini di Gerusalemme, simbolo di chi è pronto al martirio per mano infedele.
Il Conte, comprendendo perfettamente il significato di quel gesto, si irretì. Sorridendo con quel suo diabolico cipiglio inarcato, disse: «Son venuto a portare il pasto, l'ultimo, ai condannati a morte. Lo offriamo per grazia affinché, apprestandovi a una nuova vita come voi predicate, arriviate lì sazio». Con un gesto teatrale, fece entrare un servo con un vassoio colmo di cibi voluttuosi e carni prelibate, un insulto alla povertà francescana. «Frate, non si dica che la mia mensa non sia generosa anche con chi sta per morire».
Giangirolamo stava per voltarsi, convinto di aver schiacciato l'ultimo briciolo di dignità del prigioniero. Ma il frate, con un respiro profondo che attingeva a una forza sovrumana, guardò il cibo, poi il Conte, e sputò con disprezzo nel piatto.
«Credete forse Voi di pulirvi la coscienza davanti a Dio offrendomi questo amaro pasto?» tuonò la voce flebile ma ferma del cappuccino. «Dio vi punirà, statene certo!»
La Profezia si Avvera
Quell'atto di suprema sfida fece esplodere nel Guercio un'ira pari a quella di Dio e del Diavolo messi insieme. D'impeto, mise mano all'affilato stiletto alla cintura, pronto a decapitare il frate lì stesso, in un vortice di odio cieco. Fu solo l'intervento del massiccio guardiano ottomano, forse mosso da un'inattesa pietà o dal mero ordine di preservare il prigioniero per un supplizio più lungo, che riuscì ad abbrancarlo e, con l'aiuto delle guardie, a trascinarlo fuori dalla cella, richiudendo la porta sulla preghiera del frate, caduto in ginocchio.
Nel corridoio, Giangirolamo, ancora furioso, imprecò contro i suoi stessi uomini promettendo punizioni. Si fece accompagnare nelle sue stanze, ma le trovò vuote. Fu il suo servitore, tremante, ad annunciargli la fuga della Contessa Filomarino verso Taranto, per ricongiungersi al padre prima dell'arrivo degli spagnoli.
La notizia fu un colpo di maglio. La sua ira si moltiplicò in un caleidoscopio di terrore e frustrazione. Diede l'ordine freddo e definitivo: uccidere immediatamente il frate e far sparire ogni traccia dell'esecuzione.
Rimasto solo, il Guercio delle Puglie sentì il peso del silenzio. Scomodare un'intera guarnigione spagnola e il Viceré non era cosa da poco; era la fine dei giochi. Aveva appena avuto conferma dell'avvenuta esecuzione del frate, ma la soddisfazione era amara. Era questa la maledizione del Cappuccino che iniziava ad avverarsi? Infausti presagi si addensavano sulla sua Contea come nubi temporalesche. Tracannò un bicchiere del suo vino più forte, si sdraiò sul grande letto vuoto e sprofondò in un sonno agitato, popolato da fantasmi.
Cosa accadrà ancora? Lo sapremo al prossimo capitolo.



FANTASTICO.