Evoluzione della Public Art: Dallo Spazio Urbano alla Virtualizzazione dell'Anima Digitale
- Antonella Sportelli

- 10 ore fa
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Aggiornamento: 34 minuti fa
Attraverso le vicende e i modelli analizzati nel precedente articolo, La Funzione dell'Arte nello Spazio Pubblico, si delinea la singolare identità della Public Art: quasi una disciplina estetica ed antropologica capace di evolversi nel tempo e di attraversare lo spazio urbano contemporaneo sino ad assumere sembianze e funzioni impensabili fino a pochi decenni fa.
In origine, ciò che oggi definiamo arte pubblica nasceva come occupazione creativa di uno spazio residuale, marginale e sottratto al controllo istituzionale, annidandosi nelle ferite o negli anfratti dimenticati delle metropoli. A tale espressione veniva inizialmente attribuito un mero ruolo di abbellimento, un intervento compensativo destinato a distribuire decoro a porzioni territoriali bisognose di riscatto e valorizzazione.

Tuttavia, con il trascorrere degli anni, sono emerse le autentiche e dirompenti potenzialità di questa pratica artistica: dalle valenze commemorative e politiche a quelle ideologiche, identitarie e di miglioramento urbano e del tessuto sociale.
Dalla fine del Novecento sino ai primi anni del Terzo Millennio, la parabola della Public Art ha subito una trasformazione profonda. Lasceremo al segmento conclusivo di questo articolo alcune riflessioni sull'attuale stato dell'arte, così da ricomporre una rigorosa cronologia evolutiva ed azzardare una meditata ipotesi sul futuro che ci attende.
La Dimensione Etica e il Ruolo Sociale della Public Art
Nel suo graduale insediamento nel tessuto cittadino, la Public Art ha traslato il baricentro della propria azione dal piano puramente materiale — la struttura architettonica e geometrica della città — al piano sociale, volgendosi direttamente verso la comunità e i suoi snodi nevralgici. In questa metamorfosi, l'opera si è comportata come una lente d'ingrandimento dalle proprietà rifrangenti: un prisma capace di focalizzare le peculiarità degli abitanti e, contemporaneamente, di irradiare stimoli intellettuali e critici.
Attraverso questo rinnovato approccio, le opere hanno rivelato la loro intrinseca e potente carica comunicativa: non più semplici oggetti da contemplare, bensì vettori di messaggi ed effettivi agenti di mutamento della realtà.
Poiché lo spazio pubblico non si riduce a un'estensione geografica delimitata, ma rappresenta un ambito aperto e permeabile in cui risiedono i diritti e le aspirazioni di una collettività civilmente strutturata, la Public Art rivolge il proprio sguardo non soltanto alle volumetrie fisiche, alle architetture, ma anzitutto alla comunità urbana che le abita e le anima quotidianamente.
La Public Art si configura, quindi, come un'arte che si occupa simultaneamente dello spazio fisico delle metropoli e dei suoi fruitori, con particolare attenzione a questi ultimi. Per questa ragione, attraverso metodologie eterogenee, si è cercato di affrancare l'arte dalle ritrite forme monumentali, celebrative o estetizzanti, per approdare a un'arte comprensibile, intellegibile e generatrice di senso per la collettività evitando la perdita della complessità del messaggio. Tale fermento caratterizzava precipuamente l'inizio degli anni Duemila; oggi la sfera dell'arte pubblica ha varcato ulteriori confini.
L'opera d'arte riscatta così una funzione viva e attiva nel contesto sociale: cessa di essere un simulacro inerte da guardare e contemplare per trasformarsi in un'esperienza partecipata da fruire e utilizzare in una nuova interazione che abilita l'interscambio tra artista e persone. Sempre più di frequente, l'arte diventa una creazione corale, articolata a più mani. Viene meno l'aura romantica dell'artista creatore solitario e demiurgo, in favore di un'arte collettiva e partecipativa, inconcepibile ed inesprimibile senza una struttura relazionale disposta a ventaglio.
Scegliamo deliberatamente di non addentrarci nelle dinamiche della Land Art e delle sue ramificazioni, così da concentrare la nostra analisi su quell'arte che interpella e coinvolge in via diretta le persone.
La Public Art sul Web: la Realtà degli Spazi Virtuali
Se intendiamo i territori come ambiti di relazione sociale tra gli individui — accantonando temporaneamente la complessa questione dei Nonluoghi di Marc Augé —, appare opportuno estendere questa indagine agli spazi virtuali in relazione alla Public Art. Numerosi artisti hanno individuato nei mass media e nelle nuove tecnologie dei veri e propri luoghi, seppur intangibili, entro i quali forgiare o dislocare la propria ricerca. In particolare, il World Wide Web si offre come un'agorà smaterializzata, idonea allo scambio di idee e alla comunicazione in tempo reale, svincolata dai limiti geografici e dalle barriere d'accesso tipiche del mondo fisico.
È significativo come gli ambienti digitali preposti alla comunicazione interpersonale venissero originariamente definiti "stanze" (si pensi alle virtual room fiorite a cavallo tra la fine del secolo scorso ed il nuovo millennio): spazi de-realizzati vissuti alla stregua di architetture reali entro cui intessere relazioni sociali. Dalle chat online ai forum di discussione, dalle videoconferenze ai MUD, sino alla posta elettronica, il Web ha inaugurato un'interazione digitale e collaborativa operativamente feconda per la creazione dell'opera d'arte condivisa.
Alcune di queste creazioni, sul modello di Survival di Piero Gilardi, si offrono al pubblico quali allo stato larvale e spetta a ogni singolo visitatore dell'eventuale sito web che le ospita modificare e far evolvere la struttura della stessa opera.
Altri artisti, al contrario, concedono varchi d'intrusione parziali, guidando il fruitore entro un perimetro d'azione rigorosamente prescritto a monte. Si delinea in questi termini un autentico spazio pubblico virtuale, capace di condurre l'esperienza estetica nelle pieghe quotidiane di un pubblico vasto e variegato. Il digitale diventa così il luogo elettivo della Public Art contemporanea.
La Public Art Oggi e il suo Orizzonte Futuro
Se fino a questo punto questa ricognizione si è concentrata sul periodo compreso tra gli anni Ottanta ed i primi anni Duemila, occorre ora interrogare il presente per rintracciare la direttrice che dal passato ci proietta verso il futuro. Una sintesi schematica permette di abbracciare con uno sguardo d'insieme questa parabola temporale:
Passato remoto: abbellimento del territorio, monumentalismo celebrativo, scultura civica e committenza istituzionale.
Tardo Novecento e inizio millennio: centralità del ruolo sociale dell'arte, ricerca di un dialogo attivo con la collettività, semplificazione dei messaggi, prima virtualizzazione.
Presente contemporaneo: riaffiorare del decorativismo, distacco dal contesto locale in favore di istanze globali, virtualizzazione pervasiva ed impiego di tecnologie ad altissima prestazione.
Prospettive future: integrazione dell'Intelligenza Artificiale e della robotica umanoide, fusione tra realtà tangibile e iper-realtà immaginifica, messaggi di portata universale con caratteristiche subliminali; il luogo fisico cederà il passo ad un nonluogo digitale intessuto di fibra ottica e connessioni ultraveloci.
Nella contemporaneità assistiamo, per certi versi, a una deriva quasi regressiva della Public Art. Borghi, piazze ed arterie urbane vengono frequentemente occupati da installazioni e mostre fotografiche di notevole impatto visivo, ma spesso slegate dall'humus storico e sociale dei luoghi che le ospitano e incentrate quasi esclusivamente su temi progressisti.
Trattasi di esposizioni temporanee, allestite per la stagione turistica, che trasformano la città in una galleria a cielo aperto senza tuttavia innescare la profonda mutazione strutturale operata dall'arte relazionale degli anni Ottanta e Novanta. In queste operazioni, le opere tendono ad adagiarsi sui gusti del pubblico, veicolando concetti semplificati ed accattivanti. Lo spettatore, armato di smartphone, smaterializza l'opera attraverso l'obiettivo, ricollocandola sulle piattaforme social in un circuito di spettacolarizzazione e mercificazione. Pur con questi limiti, non va taciuto l'effetto benefico di tale fenomeno: la capillare divulgazione artistica presso una vasta platea.
Parallelamente, nelle periferie, lungo le arterie di transito e nei nodi nevralgici delle metropoli — i classici nonluoghi urbani —, s'impone la creatività degli Street Artist: figure quali Banksy, Shepard Fairey (OBEY), Blu o Vhils. Certo, Public Art e Street Art non sono la stessa cosa, ma possiamo considerarle assimilabili per via dell'uso dello spazio pubblico.

In quest'ambito si rileva un singolare ritorno alla manualità ed al gesto pittorico, unito ad una sintesi figurativa di immediata intelligibilità a qualsiasi latitudine. Tramite questi interpreti si assiste inoltre ad un'inversione di tendenza paradigmatica: se agli albori della Public Art moderna l'opera usciva dai musei per andare incontro alla gente, oggi sono le istituzioni museali, le case d'asta e le grandi gallerie a prelevare gli artisti della strada per consacrali ad icone del mercato globale dell'arte.
Non ci troviamo più nella mera mercificazione dell'arte, bensì nell'elevazione dell'opera a prodotto finanziario e bene d'investimento. In questa ascesa economica, la rete ha svolto un ruolo determinante, amplificando e diffondendo l'iconografia di tali interventi su scala planetaria.

Un'annotazione specifica meritano le forme artistiche luminose costituite da proiezioni che utilizzano la tecnica del video mapping e le coreografie aeree eseguite mediante sciami di droni sfolgoranti. Si tratta di "opere-evento" incentrate sulla spettacolarizzazione — termine che non va inteso in senso svalutativo.
Diversamente dalle forme tradizionali della Public Art, tali interventi non modificano la materia urbana, ma si innestano temporaneamente in essa e nei flussi mediali contemporanei, distinguendosi per un'estrema effimerità dell'opera. Ciononostante, queste esperienze possiedono la straordinaria virtù di incidere nella percezione collettiva, nella mente, sedimentandosi nella memoria condivisa come un patrimonio immateriale.
L'arte si sposta così dalla pietra della città alla carne viva della società. Risalta peraltro il contrasto con gran parte dell'arte contemporanea custodita in gallerie o biennali, spesso arrovellata in concettualismi ermetici o sviluppata attraverso allestimenti tecnologici vertiginosi ed esosi ma privi di reale spessore analitico. In realtà, il calo di qualità del messaggio dell'arte e della sua capacità riflessiva è un po' esteso su tutti i fronti.
Proiettando lo sguardo verso il futuro della Public Art, appare ineludibile l'impatto dell'Intelligenza Artificiale. Assisteremo verosimilmente alla nascita di un'arte immersiva concepita come viaggio simulato ed esperienza interiore, il cui palcoscenico sarà la mente stessa prima ancora della strada. I prodromi di questa mutazione sono già visibili nelle mostre multimediali che impiegano proiezioni gigantografiche e visori di Realtà Virtuale (VR) per condurci all'interno delle opere. L'avvento futuro degli umanoidi e della robotica relazionale aprirà scenari inediti e inesplorati: non rimane che attendere l'evolversi di questo affascinante orizzonte.
Fonti e Note sull'Autrice
I concetti e le riflessioni antropologico-estetiche espressi in questo articolo rielaborano e aggiornano le ricerche condotte dall'autrice all'interno della propria tesi di laurea: "Nonluoghi, Arte e Spazio Urbano", conseguita nell'anno 1999 presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna. Il lavoro di tesi ha visto la fondamentale guida e curatela del Professor Roberto Daolio, figura cardine e pioniere nello studio della Public Art in Italia e delle sue dinamiche relazionali nello spazio non deputato.
Bibliografia di Riferimento:
Augé M., Nonluoghi, Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, i993. Testo cardine sull'antropologia dello spazio urbano contemporaneo.
AA.VV., Le nuove tendenze dell'arte, Ricerche internazionali dal 1945 ad oggi, Torino, Rosenberg & Sellier, 1995. Importante il contributo di Francesco Poli con approfondimento sull'Arte Processuale e la Land Art.
Sherry T., Una vita sullo schermo, Nuove identità e relazioni sociali nell'epoca di Internet, Milano, Apogeo Editore, 1997. Per un approfondimento sull'unione di mondo reale e virtuale.
Vattese A., Artisti si diventa, Roma, Carrocci Editore, 1998. In particolare, all'interno del capitolo 4 L'artista come figura sociale, il paragrafo L'impegno sociale.
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