L'Arresto del Guercio delle Puglie: Il Destino nel Silenzio Bianco – Capitolo 8
- Antonella Sportelli

- 13 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Romanzo tra Fantasia e Storia a cura di MispoRosso. Editing & Images © Antonella Sportelli
Sottotitolo: La trappola bianca e l'ombra del monastero segreto
Nota per i lettori: Benvenuti a un nuovo appuntamento con la saga de "Il Guercio delle Puglie". Vi ricordiamo che questo è un romanzo a puntate dove la Storia si fonde indissolubilmente con la Leggenda; sebbene i protagonisti siano figure storiche reali, il racconto si avvale della libertà narrativa per esplorare gli anfratti più oscuri dei miti pugliesi.
Recap: Nel capitolo precedente, la Corona di Spagna ha rotto gli indugi ordinando la cattura di Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona. Mentre il Conte falliva un disperato tentativo di fuga e la Contessa Filomarino svaniva nel nulla, nelle segrete di Conversano si consumava l'ultimo, sacrilego scontro con il frate di Nardò.
L’alba del giorno nuovo non portò redenzione, ma il sapore amaro della cenere. Il Conte Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona, colui che terrorizzava le terre di Puglia, fu colto dai primi raggi solari ancora immerso nei fumi pesanti e velenosi dell’alcol consumato per soffocare i presagi della notte. Solo dopo abluzioni abbondanti, violente, di acqua gelida che parve raschiare via la pelle ma non la colpa, riuscì a ritrovare la vigilia necessaria. Si vestì di gran gala, quasi a voler sfidare il destino con lo sfarzo del suo rango, e si affacciò a una feritoia della camera da letto per spiare la piazza sottostante.
Quale meraviglia, e quale orrore, colse il suo unico occhio sano!
Una coltre di neve, spessa oltre dieci centimetri, ricopriva ogni cosa come un sudario immacolato. Il pavimento di pietra della piazza d’arme era scomparso, così come la scala del barbacane del castello, cancellati da quella trappola bianca. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal respiro affannoso degli animali nelle stalle, certamente non muggenti per la gioia di quel gelo improvviso ed estraneo a quelle latitudini.

A tale spettacolo, un brivido ferino percorse la schiena del Conte. Balzò sulla torre più alta del castello. Da lì, il godimento visivo si fece immenso, quasi dionisiaco. Da Mola quasi fino a Monopoli, la terra sembrava un paesaggio presepiale, addormentato sotto un cielo di perla. Guardò verso l’interno, e le dolci colline pugliesi erano gobbe d'argento puro. Bari si intravedeva appena, un miraggio sulla costa gelata.
Grazie a un potente cannocchiale, finemente lavorato, il Guercio mise a fuoco alcune case della periferia barese. Uno dei suoi sgherri più fedeli, rimasto al suo fianco come un'ombra silenziosa, osò interrompere la sua contemplazione, incuriosito dalle fattezze barocche dello strumento, tempestato di gemme e oro.
Il Conte, abbassando lentamente l'oggetto, si voltò con il volto segnato da una tristezza improvvisa e profonda.
«Hai risvegliato un triste ricordo, soldato», sussurrò, con una voce che sembrava venire da un sepolcro. «Un ricordo che l'orgoglio ha tenuto sepolto negli anni, ma che oggi, dinanzi a questo silenzio bianco, mal volentieri riporto alla mente. Poiché sei la mia più fedele guardia, ti farò questa confessione.»
Il resoconto del Guercio si fece denso e teatrale:
«Nel lontano 1631, durante la battaglia per respingere i nemici venuti dal mare — vinta, come sai, anche grazie al coraggio dei miei soldati — venni a insulti con un capitano delle tante navi ancorate al porto. Quell'impudente, uscendo da una bettola semidistrutto dall'alcol, borbottò frasi sprezzanti a mio disprezzo. Io, pur già gravato dai miei problemi legali a Napoli, finsi di non udire e proseguii per la mia strada. Ma costui, giudicando la mia indifferenza un'offesa, mi sfidò immediatamente, coram populo, a un duello all’ultimo sangue, ignaro delle mie reali capacità.»

Un sorriso sinistro increspò le labbra del Conte al ricordo del sangue.
«Il duello fu breve. Schermando con la perizia di chi ha fatto della spada un'estensione del braccio, feci fuori il malcapitato comandante. Una sfilettata silente ma mortale, diretta allo stomaco, stroncò l’ardore dell’impudente avversario. Avevo già ripulito e inguainato la spada, pronto ad allontanarmi con i miei uomini, quando udii la sua voce. Morente, con quell'ultimo fiato che gli rimaneva in corpo, indicò questo prezioso cannocchiale d'oro e gemme, e me lo porse. Con un fil di voce, riconobbe la mia superiorità e mi pregò di dargli l’ultimo colpo mortale. Voleva evitare una morte lenta e dolorosa, sapendo che altrimenti il suo corpo esanime sarebbe stato gettato nella cambusa in attesa della definitiva agonia.»
Il Guercio fece una pausa, fissando il vuoto nivale.
«A tali parole, considerando che non mi faceva certo difetto la cavalleria dei duelli — tanti ne avevo fatti e vinti da non aver pari nella mia contea né nel napoletano — mi chinai verso quel valoroso per compiere l'atto finale. Ma, deposta la spada a terra e passatagli una mano sugli occhi per chiuderli, capii che il capitano era già andato a miglior vita. Dal suo volto traspariva una specie di sorriso. Il primo fendente era stato così preciso e silenzioso che l’esile copertura in cuoio e lo stomaco erano stati trapassati senza che lui se ne accorgesse se non all'ultimo, quando cadde al suolo pronunciando parole in spagnolo che subito compresi. Questo è l’episodio che mi era rimasto nel cuore, anche perché la ciurma del capitano, tra le lacrime, esplose in un fragoroso applauso per onorare il proprio comandante e mi salutò con un inchino che io ricambiai. E per la prima volta nella mia vita di Macellaio Delle Puglie, mi commossi.»
Il fedele sgherro, stupito da tanta umanità nel suo padrone, domandò: «Cosa provò, allora, Eccellenza?»
Il Conte rispose: «Provai un sentimento di pietà e angoscia rimanendo per qualche istante in silenzio. Ti rispondo con una frase latina che riassume quel dolore: Conticuere omnes, infandum regina iubes renovare dolorem.»
(Traduzione: Tutti tacquero, o Regina, tu mi imponi di rinnovare un dolore ineffabile)
«Ecco», concluse il Guercio, «quello che hai fatto tu oggi per me: hai riaperto quella ferita.»
Detto ciò, Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona tornò bruscamente al presente, ai suoi problemi immediati, alla neve che assediava il castello, e agli Spagnoli del Viceré che stavano arrivando per eseguire L'Arresto del Guercio delle Puglie.
L'angoscia cominciò a morderlo. Al contempo, una scintilla di speranza gioiosa si accese nella sua mente: quella nevica eccezionale avrebbe rallentato l'avanzata delle truppe ispaniche verso la contea di Conversano. Lui avrebbe avuto tempo per preparare una documentazione idonea alla sua discolpa.
Pensa e ripensa, ebbe improvvisamente un lampo di lucidità, un'epifania tra i fumi dell'alcol e il gelo. Ricordò un’antica amicizia con un Priore di un severo Monastero nascosto, e un giuramento di fedeltà e aiuto reciproco fatto in caso di disgrazia. Chi fosse questo Priore, se un compagno di gioventù o un misterioso alleato, nessuno lo sapeva.
Era pieno inverno, e raggiungere quel lontano uomo di chiesa era un’impresa disperata che solo taluni dei suoi fedelissimi potevano tentare. Li convocò immediatamente, fece attrezzare le carrozze con ogni cura e li fece partire con una missiva sigillata su pergamena, da consegnare a qualunque costo.
Il viaggio dei messaggeri fu un'odissea infernale. La strada era lunga, impervia, piena di curve e saliscendi montagnosi, resa quasi impraticabile dalla neve fresca e dalle bufere di pioggia che si alternavano violentemente. Spronarono i veloci cavalli che ansimavano e procedevano a stento. Viaggiarono mattina e sera, senza sosta, riposando a turno nella stessa carrozza e dandosi il cambio alla guida.
Mancavano ancora pochi chilometri quando uno degli sgherri incitò gli splendidi e volitivi cavalli Lipizzani. Sebbene arrancassero stanchi, dando fondo alle ultime energie, diedero un ultimo, disperato strappo alle briglie. In lontananza, si intravedeva già la vetta su cui poggiava maestosa, tra pini, querce e cipressi secolari, il luogo sacro affacciato su un lago di origine vulcanica, racchiuso e nascosto dalla natura selvaggia.
Intanto il Priore era stato avvertito da segnalazioni ottiche o messaggeri a cavallo più rapidi della tempesta. Chiamato il suo segretario, diede ordine di ricevere i visitatori del Conte sul piazzale con grande dovizia di mezzi e di onorarli come si confà agli ambasciatori di un potente signore.
Cosa conteneva la missiva su pergamena, oltre la richiesta di aiuto? Lo scopriremo alla prossima puntata!



OTTIMO.! NON HO PAROLE
OTTIMA LA GRAFICA E LA NARRAZONE,